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Trattato di annessione in
italiano / in francese
NIZZA E SAVOIA
(con i nomi di chi approvò la cessione)
Proclama
del Re "galantuomo" alle popolazioni di Nizza e Savoia
* [Pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale del Regno il 12 aprile 1860. N.
69]
(testo integrale)
"Un trattato
concluso il 24 marzo stabilisce che la riunione della Savoia e di Nizza
alla Francia avrà luogo colla adesione delle popolazioni e la sanzione del
Parlamento.
"Per quanto siami penoso di separarmi da provincie che hanno per sì lungo
tempo fatto parte degli Stati de’ miei antenati, e alle quali si attaccano
tante reminiscenze, io ho dovuto considerare, che i cangiamenti territoriali,
originati dalla guerra in Italia, giustificherebbero la domanda, che il mio
augusto alleato l’imperatore Napoleone mi ha indirizzato per ottenere questa
riunione.
"Io ho dovuto inoltre tener conto dei servigî immensi che la Francia ha
resi all’Italia, dei sacrifizî che essa ha fatto nell’interesse della sua
indipendenza, dei vincoli che le battaglie e i trattati hanno formato tra i due
paesi. Io non potea disconoscere da altra parte che lo sviluppo del commercio,
la rapidità e la facilità delle comunicazioni aumentano ogni giorno di più
l’importanza ed il numero delle relazioni della Savoia e di Nizza colla
Francia.
"Io non ho potuto dimenticare infine, che le grandi affinità di razza, di
linguaggio e di costumi rendono codeste relazioni ognor più intime e naturali.
"Tuttavia un simile grande cangiamento nella sorte di codeste provincie non
potrebbe esservi imposto; esso dev’essere il risultato del libero vostro
consentimento. Questa è la mia ferma volontà, e tale è pur anche l’intenzione
dell’Imperatore dei Francesi. Affinché nulla possa imbarazzare la libera
manifestazione de’ vostri voti, io richiamo quelli tra i principali funzionarî
dell’ordine amministrativo, che non appartengono al vostro paese, e li surrogo
momentaneamente da alcuni de’ vostri concittadini, che più godono la stima e
la considerazione generale.
"In queste circostanze solenni voi vi mostrerete degni della riputazione
che vi siete acquistata.
"Se voi dovete seguire altri destini, fate in modo che i Francesi vi
accolgano come fratelli, che si è da lunga mano appreso a valutare e stimare.
"Fate che la vostra unione alla Francia sia un legame di più tra due
nazioni, la cui missione è di operare di accordo allo sviluppo della civiltà.
"Torino, 1° aprile 1860.
"Vittorio Emmanuele".

A questo succedevano i seguenti
Proclami alle popolazioni:
Proclama
del Governatore Provvisorio ai popoli della città e della Contea di Nizza
"Cittadini!
"Sono cessate le incertezze
sui nostri destini.
"Con un
trattato firmato, il 24 marzo scorso, il valoroso re Vittorio Emmanuele ha
ceduto alla Francia la Savoia e il circondario di Nizza. I più potenti motivi
di convenienza politica, le esigenze dell’avvenire d’Italia, il
sentimento di gratitudine verso il suo potente alleato, infine le circostanze
tutte speciali del nostro paese hanno deciso, benché a malincuore, questo ben
amato Sovrano a separarsi dalle provincie strettamente congiunte da secoli alla
sua dinastia. Ma la sorte dei popoli non deve essere il risultato esclusivo
della volontà dei Principi. Di questa guisa il magnanimo imperatore Napoleone e
il leale Vittorio Emmanuele hanno desiderato che il trattato di cessione
fosse convalidato dall’adesione popolare.
"Per questo scopo voi
sarete tra breve convocati nei comizî elettorali, e S. M. il Re mi ha commesso
provvisoriamente il governo di questo circondario nella mia qualità di vostro
concittadino.
"Concittadini!
"Alla voce
augusta del Re ogni incertezza sul nostro avvenire è dileguata. Nella stessa
guisa dinanzi a queste parole auguste debbono ormai scomparire i dissidî e le
rivalità. Tutti i cittadini devono essere animati dallo stesso spirito di
conciliazione. Tutte le opposizioni devono frangersi impotenti contro
gl’interessi della patria e il sentimento del dovere. V’ha di più: esse
troverebbero un ostacolo insuperabile negli stessi desiderî di Vittorio
Emmanuele.
"Le pubbliche dimostrazioni in questi momenti non hanno più regione d’essere.
Solo loro scopo sarebbe quello di compromettere l’ordine pubblico, che sarà
oggimai energicamente protetto."La confidenza, la tranquillità e il
raccoglimento debbono presiedere all’atto solenne cui verrete chiamati.
"Concittadini!
"La missione che mi fu
commessa dal Re è transitoria, ma importante.
"Per
adempire il mio uffizio in queste straordinarie circostanze io conto
sull’appoggio del vostro rispetto alle leggi, e su quell’alto grado di
civiltà, al quale voi vi sapeste innalzare.
"Affrettiamoci dunque di riaffermare coi nostri voti la riunione della
nostra Contea alla Francia. Rendendoci l’eco delle intenzioni della grande
nazione che eccitò sempre le nostre più vive simpatie. Ordiniamoci
intorno al trono del glorioso imperatore Napoleone III. Circondiamolo di quella
fedeltà, tutta speciale del nostro paese, che noi abbiamo serbato fino a questo
giorno a Vittorio Emmanuele.
"Per questo augusto Principe, che si serbi fra noi il culto delle memorie,
e ardenti voti si innalzino pe’ suoi nuovi e splendidi destini.
"Pel grande Napoleone III, la cui potente e ferma volontà è di aprire
un’êra novella di prosperità pel nostro paese, comincerà la nostra fedeltà
a tutta prova e la nostra rispettosa devozione.
"Viva la Francia!
"Viva l’imperatore
Napoleone III!
"Nizza, 3 aprile 1860.
"Il Governatore Provvisorio
"Lubonis".

Proclama
del Governatore della provincia di Ciamberì
"Il
Governatore della provincia di Ciamberì s’affretta d’informare gli abitanti
della provincia, che è stato convenuto tra il governo sardo ed il governo
francese che l’espressione dei voti del paese sarebbe fatta per mezzo del
suffragio universale, e che per questo fine le seguenti disposizioni furono
prese d’accordo tra essi:
"Art. 1° I
Savoini abitanti della provincia di Ciamberì sono chiamati a votare sulla
seguente questione: La Savoia vuol essere riunita alla Francia? — Art 2°
Il voto avrà luogo con un SI o con un NO, a scrutinio segreto, per mezzo di
poliza manoscritta o stampata. Qualunque poliza che non recasse una risposta
diretta alla questione fatta e che recasse qualche frase riprensibile sarà
considerata come nulla. — Art. 3° Lo scrutinio sarà operato in ogni Comune
Domenica, 22 aprile 1860, dalle ore otto antimeridiane alle sette pomeridiane.
— Art. 4° Saranno ammessi a votare tutti i cittadini in età d’anni ventuno
almeno nati in Savoia, o fuori della Savoia da genitori savoini, che abitano nel
Comune almeno da sei mesi, e che non hanno subìta condanna alcuna od una pena
criminale. — Art. 5° Sarà formato in ogni Comune un Comitato presieduto dal
Sindaco, ed in caso d’assenza o d’impedimento dall’Assessore più anziano
non impedito nella Giunta municipale, e composto in oltre da quattro membri
presi dalla Giunta, e, ad un bisogno, nel Consiglio municipale per ordine di
anzianità; secondo l’articolo 193 della legge del 23 ottobre p. p.; a questo
Comitato si aggiungerà un segretario di sua scelta. — Art. 6° Farà le
liste, e le farà pubblicare Domenica, 15 del corrente, al più tardi. Deciderà
d’urgenza intorno ai richiami che potranno essere fatti. Presiederà alla
votazione, e ne registrerà il risultato in un processo verbale sottoscritto da
tutti i membri. — Art. 7° Nei Comuni in cui il Comitato credesse necessario
di formare parecchie sezioni per riguardo al numero dei cittadini iscritti, sarà
stabilito, previa autorizzazione del Governatore, per ogni sezione un uffizio
speciale composto di cinque membri presi nel Consiglio comunale nel modo
indicato nell’art. 5° sopra esposto. Sono inoltre applicabili a questo voto
le disposizioni d’ordine pubblico contenute negli articoli 51, 52, 53, 54 55 e
56, come pure quelle dell’articolo 65, della citata legge del 23 ottobre
ultimo. — Art. 8° Lo spoglio essendo terminato, i processi verbali saranno
immediatamente trasmessi agli Intendenti dei Circondari (arrondissements)
che li faranno giungere al segretariato della Corte d’Appello per mezzo del
Governatore. — Art. 9° La corte, a camere riunite, provvederà allo spoglio
generale, e ne constaterà il risultato con decisione pronunziata in seduta
pubblica.
"Ciamberì, il 7 aprile
1860.
"Il Governatore reggente,
Dupasquier".

Documenti
che precedettero e accompagnarono la cessione di Nizza e Savoia
Dopo le recate cose intorno alla famosa cessione, è bene analizzarla; lo faremo
con un po’ di documenti, anche retrospettivi. Sia per primo il seguente:
Nota del Ministro Thouvenel al Barone di Talleyrand, Ministro di Francia a
Torino
"Parigi, 24 febbraio 1860.
"Signor Barone,
"Ho l’onore
d’inviarvi qui unita copia del dispaccio che ho indirizzato all’ambasciatore
dell’Imperatore a Londra, e nel quale, facendogli conoscere l’opinione del
governo di S. M. intorno alla risposta del gabinetto di Vienna alle nostre
ultime aperture, io gli spiego la miglior via da seguirsi, secondo me, onde
evitare ogni responsabilità, senza togliere ad alcuno la legittima libertà di
azione, come anche per uscire da una situazione, che bentosto diventerebbe tanto
pericolosa quanto già è intricata, se si lasciasse in balìa di sé medesima,
ed esposta ai capricci degli eventi. È giunto per tutti il momento di spiegarsi
con tutta franchezza; oggi quindi voglio esporvi, senza reticenza veruna, le
idee del governo dell’Imperatore, acciocché il gabinetto di Torino possa da sé
medesimo giudicare fino a qual punto gli convenga uniformarvisi colla propria
condotta, in presenza di cotanto gravi e, direi anzi, solenni circostanze.
"Da una parte fare in modo che i risultati della guerra non sieno
compromessi nella stessa Italia, ottenere dall’altra che dessi, in un avvenire
più o meno prossimo, sieno consacrati dall’adesione officiale dell’Europa,
ossia in altri termini, evitare delle complicazioni che getterebbero la Penisola
nell’anarchia, e fondare uno stato di cose duraturo, mettendolo più presto
che sia possibile sotto la salvaguardia del diritto internazionale: ecco il
doppio scopo che mai cessammo di fare oggetto dei nostri desiderî, e che
desidereremmo raggiungere col concorso della Sardegna. Il gabinetto di Torino può
con noi associarsi per compiere tale assunto, ed il suo successo sarebbe
verosimilmente assicurato. Egli è libero del pari di battere un’altra via; ma
gl’interessi generali della Francia non permetterebbero al governo
dell’Imperatore di seguirlo, e la lealtà ci impone di dichiararlo. Egli è di
questi due sistemi, fra i quali dovrà cadere la scelta del governo di S. M.
Sarda, che io devo peritamente intrattenervi.
"Io sono convinto, signor Barone, che se il gabinetto di Torino si mostra
deciso a considerare e far considerare da tutti l’organizzazione che una parte
dell’Italia è chiamata a darsi, siccome costituente l’origine di un periodo
storico senza limiti prestabiliti alla sua durata in condizione d’ordine e di
pace, la natura medesima delle cose farà superare molti ostacoli. Affinché
tale organizzazione rivesta un tal carattere agli occhi di tutti, gli è
necessario che non contenga in germe gli elementi di un eventuale e probabile
disordine, sia nel seno di sé medesima, sia nelle sue relazioni esterne.
"Il governo dell’Imperatore è dal canto suo profondamente convinto, che
una stessa ed unica causa produrrebbe l’uno e l’altro di questi effetti, e
che infallibilmente si farebbero sentire nel giorno, in cui il gabinetto di
Torino intraprendesse un’opera sproporzionata ai suoi mezzi regolari
d’influenza e d’azione: che la Sardegna, specialmente per troppo territorio
e pel lavoro di assimilazione, al quale dovrà accingersi, incontrerà ostacoli,
che essa certamente non deve dissimularsi.
"Essa troverassi in realtà meno potente, soprattutto meno capace di
padroneggiarsi nelle sue rivoluzioni; essa si lascierà trascinare, non sarà più
dessa che darà la direzione: e l’impulso, che fece la forza ed il successo
del Piemonte in questi ultimi anni, non avrà più a Torino il suo punto di
partenza. Non è in questo momento, signor Barone, in cui i destini della
Penisola sono alla vigilia di decidersi irrevocabilmente, che il governo
dell’Imperatore esiterebbe ad esprimersi con una libertà, che d’altronde fa
fede del suo unico interesse per una Corte amica ed alleata. Diciamolo adunque
francamente: il sentimento, il quale fé sorgere in certe parti d’Italia l’idea
dell’annessione, e che ne fece esprimere il desiderio, è piuttosto una
manifestazione contro una grande Potenza, anzi che un’attrazione ben ponderata
verso la Sardegna. Se tale sentimento non fosse frenato da principio, non
tarderebbe a cambiarsi in pretensione, che la saggezza consiglierebbe il
gabinetto di Torino di combattere. Potrebbe egli farlo a lungo senza essere
violentemente accusato di rinnegare e di tradire la causa, per la quale soltanto
egli fu ampliato ed armato? Nessuno il sa; ma verosimilmente egli sarebbe
esposto a due eventualità egualmente deplorabili: la guerra e la rivoluzione.
"Considerando ogni cosa, signor barone, col fermo intendimento di cercare
fra tutte le soluzioni quella, che meglio si concilia colle attuali incalzanti
necessità e colle convenienze di un più calmo avvenire, si riesce a scorgere
che egli è ormai tempo di scegliere una combinazione, che si possa sottoporre
all’approvazione dell’Europa con qualche probabilità di fargliela
accettare,
e che conserverebbe alla Sardegna l’intero esercizio della normale influenza,
cui essa ha diritto di pretendere nella Penisola.
"Tale combinazione, giusta l’opinione maturamente ponderata dal governo
dell’Imperatore, sarebbe la seguente:
"1.° Annessione completa
dei Ducati di Parma e Modena alla Sardegna;
"2.° Amministrazione
temporale delle Legazioni della Romagna, di Ferrara e di Bologna sotto la forma
di un Vicariato, esercitato da S. M. Sarda in nome della S. sede;
"3.° Ristabilimento del
Granducato di Toscana nella sua autonomia politica e territoriale.
"In questo
aggiustamento, l’assimilazione, limitata alla Lombardia e ai Ducati di Parma e
di Modena, non sarebbe più un’impresa, alla quale la Sardegna sarebbe
obbligata di consacrare esclusivamente tutte le proprie forze. Il gabinetto di
Torino conserverebbe la sua libertà d’azione, e potrebbe occuparsi anche a
consolidare dal canto suo la tranquillità in Italia, mentre organizzerebbe in
un regno compatto i territorî aggiunti alle possessioni ereditarie di re
Vittorio Emmanuele.
"Il Vicariato soddisfarebbe lo spirito municipale, che è una tradizione
secolare nelle Romagne, e l’influenza naturale, che deve ambire di esercitare
la Potenza, diventa dominatrice della più grande parte del Po.
"Questo genere di transazione avrebbe anche il vantaggio di guarentire alla
Sardegna la posizione, che le è necessaria al punto di vista politico; di
soddisfare le Legazioni al punto di vista amministrativo, e al punto di vista
cattolico costituirebbe un temperamento, il quale, speriamo, finirebbe per
acquietare gli scrupoli e le coscienze.
"Cotesto risultato non potrebbe essere indifferente alla Francia; poiché
essa non potrebbe riconoscere in principio uno smembramento radicale e senza
compenso degli Stati della S. Sede. E indifferente non potrebbe esserlo neanco
alla Sardegna. Noi non lasceremmo nulla di intentato, affinché le altre
Potenze,
edotte dell’impossibilità di restaurare completamente l’antico ordine delle
cose, e di non tener conto delle presenti necessità, si sforzassero, noi
insieme, di far comprendere al Papa, che tale combinazione, francamente
accettata, salverebbe tutti i diritti essenziali della S. Sede.
"Ciò che ho detto, signor Barone, intorno alla necessità di prevenire i
pericoli, ai quali si troverebbe esposta la Sardegna, se essa aspirasse ad un
maggior ingrandimento, si applica più specialmente alla Toscana. L’idea
dell’annessione del Granducato, ossia l’assorbimento di un altro Stato, di
un paese dotato di una sì bella e nobile istoria, e finora cotanto affezionato
alle sue tradizioni, non può sicuramente essere da altro prodotta, se non da
un’aspirazione, il cui pericolo non può essere sconosciuto dal governo
dell’Imperatore, e che egli è ben lontano dal crederla comune alla massa
delle popolazioni. Tale aspirazione, non bisogna illudersi, quali che sieno ora,
io non ne dubito, le intenzioni rette del governo sardo, nasconde, dalla parte
di coloro che essa affascina, un pensiero recondito di guerra all’Austria per
la conquista della Venezia, e un secreto intento, se non di rivoluzione, almeno
di minaccia per la tranquillità degli Stati della S. Sede e del Regno delle Due
Sicilie. A questo riguardo, sì in Italia che fuori, nessuno può farsene
un’altra idea, e tali questioni, invece di sparire, non farebbero che
riprendere vigore con nuova violenza.
"Il governo dell’Imperatore, senza nascondersi le difficoltà che
rimarrebbero a risolversi, onde procurare il trionfo della soluzione, alla quale,
se il gabinetto di Torino vi aderisse, egli consacrerebbe tutti i suoi energici
e perseveranti sforzi, pure nutre fiducia, che cotali difficoltà non sarebbero
invincibili. Certo altronde di agire sopra una base di tal natura da soddisfare
completamente la Francia e la Sardegna, da pacificare l’Italia per un lungo
periodo di tempo, e finalmente da non contrariare in modo troppo assoluto
nessuno di quegli interessi, che l’Europa ha il diritto e il dovere di porre
sotto la sua guarentigia, il governo di S. M. l’Imperatore, non solamente non
esiterebbe ad obbligarsi dinanzi a una Conferenza o ad un Congresso di assumere
la difesa di questa combinazione, ma la proclamerebbe siccome tale da non poter
essere, secondo lui, violata da un intervento straniero. In questa ipotesi
adunque la Sardegna sarebbe certa di averci con sé e dietro di sé. Voi siete
autorizzato a dichiararlo formalmente al signor Conte di Cavour. Avrò io ora
bisogno, signor Barone, di entrare in lunghi particolari per dirvi quale sarebbe
la nostra attitudine, se il gabinetto di Torino, libero nella sua azione,
preferisse correre tutti quei rischi che ho accennati, scongiurando a volerli
evitare?
"L’ipotesi,
nella quale il governo sardo non avrebbe che a far conto sulle proprie sue forze,
si manifesta, direi così, da sé stessa, e mi sarebbe increscevole di dovermi
maggiormente su di essa intrattenere.
"Io mi limito adunque a dirvi, dietro ordine dell’Imperatore, che noi non
potremmo a nessun costo consentire ad assumere la responsabilità d’una tale
posizione. Quali che siano le sue simpatie per l’Italia, e specialmente per la
Sardegna, che ha mescolato il suo col nostro sangue, S. M. non esiterebbe a
dimostrare la sua ferma ed irrevocabile risoluzione di prendere per guida alla
propria condotta gl’interessi della Francia. Come ho già detto al signor
Conte di Persigny, dissipare pericolose illusioni non è voler frenare
abusivamente l’uso che la Sardegna e l’Italia possono voler fare della
libertà che noi ci onoreremo sempre di averle aiutate a conquistare, e che sono
definitivamente constatate dalle ultime dichiarazioni che il governo
dell’Imperatore ha ottenuto dalla Corte di Vienna. Ciò è semplicemente, lo
ripeto, rivendicare l’indipendenza della nostra politica, per non esporla a
complicazioni che non ci assumeremo di sciogliere se i nostri consigli saran
stati impotenti a prevenirle.
"Io non porrò fine a questo dispaccio senza dirvi qualche parola intorno
alla Savoia e alla Contea di Nizza. Il governo dell’Imperatore sentì
rincrescimento per la questione prematura ed inopportuna, sollevata a questo
riguardo dai giornali; ma egli non crede dovervi però meno prestar fede come
all’espressione di un’opinione che s’afforza ogni giorno, e cui bisogna
dare qualche peso. Tradizioni storiche, che è inutile di rammentare, hanno dato
credito all’idea che la formazione di uno Stato potente appié delle Alpi
sarebbe sfavorevole ai nostri interessi, e benché nella combinazione esposta in
questo dispaccio l’annessione di tutti gli Stati dell’Italia centrale non
sia completa, egli è certo però che al punto di vista delle relazioni estere
essa equivarrebbe in realtà ad un analogo risultato.
"Le stesse previsioni, per lontane che esse sieno, esigono certamente le
medesime garanzie, ed il possesso della Savoia e della Contea di Nizza, salvi
gl’interessi della Svizzera, che desideriamo di prendere in considerazione, si
presenta anche a noi in questa ipotesi come una necessità geografica per la
sicurezza delle nostre frontiere.
"Voi dovrete adunque richiamare su questo punto l’attenzione del signor
Conte di Cavour; ma gli dichiarerete contemporaneamente, che noi non vogliamo
costringere la volontà delle popolazioni, e che inoltre il governo
dell’Imperatore non mancherebbe, allorché il momento fosse venuto, di
consultare anzitutto le grandi Potenze dell’Europa, onde prevenire una falsa
interpretazione delle ragioni che guiderebbero la sua condotta.
"Vogliate leggere questo dispaccio al signor Conte di Cavour, e
rimettergliene una copia.
"Ricevete, ecc.
Firmato
"Thouvenel".

Discussioni
diplomatiche intorno alle annessioni e sconnessioni italiane
A questo punto
l’Armonia dell’8 marzo 1860 ricorda quattro documenti diplomatici di
grande importanza, cioè: — 1.° La nota ora recata del ministro Thouvenel al
barone Talleyrand, ministro di Napoleone III a Torino, del 24 febbraio 1860; —
2.° La Nota del Conte di Cavour al cav. Nigra, incaricato d’affari della
Sardegna presso il gabinetto delle Tuilleries, del 29 febbraio 1860; —
3.° La Nota del Conte di Rechberg al Principe di Metternich, ambasciatore
austriaco a Parigi, dove espone la natura della pace di Villafranca e del
trattato di Zurigo, del 17 febbraio 1860; — 4.° Un’altra Nota dello stesso
Conte di Rechberg, che risponde a varî appunti del ministro Thouvenel, sotto la
stessa data.
La nota del Thouvenel, dei 24 febbraio, proponeva al governo sardo: 1.° L’annessione
definitiva di Modena, Parma e Piacenza. — 2.° Un Vicariato della Sardegna
nelle Legazioni. — 3.° Un regno separato nella Toscana, e minacciava al
Piemonte l’abbandono della Francia, se non avesse accettato queste
proposizioni.
Il Conte di Cavour il 29 di febbraio rispondeva, che avrebbe trasmesso le
proposte ai governi rivoluzionarî dell’Italia Centrale, e indicava ciò che
quei governi avrebbero fatto.
"Non è punto probabile, diceva il Conte di Cavour, che quei governi,
usciti dal suffragio popolare, assumano sopra di loro la responsabilità di una
risoluzione così grave, che decide della sorte di quelle popolazioni. Essi si
crederanno naturalmente in dovere, come furono impegnati a farlo dalla quarta
proposta inglese, di consultare la nazione in modo da ottenere una
manifestazione de’ suoi voti più che è possibile completa e solenne. A
questo fine essi adotteranno forse il mezzo del suffragio universale diretto,
come quello il cui risultato può essere meno d’ogni altro contestato".
Il Conte di Cavour esaminava poi in modo particolare la proposta di un Vicariato
nelle Romagne, e diceva:
"Egli è evidente, che il Santo Padre non potrebbe accettare questa
combinazione, quantunque ispirata dal desiderio di salvare i suoi diritti, e di
non diminuire l’alta posizione ch’Egli occupa in Italia. Infatti ciò che ha
impedito sinora a Sua Santità di acconsentire, non dirò a misure che dovessero
necessariamente restringere la sua sovrana autorità, ma persino alle riforme
consigliate da tutta l’Europa, si fu il timore d’incorrere nella
responsabilità di atti, i quali, essendo pure conformi ai principî vigenti
nella maggior parte dei paesi civili, potrebbero condurre ad alcune conseguenze
contrarie ai precetti della morale religiosa, di cui il Sovrano Pontefice si
considera, a giusto titolo, come il supremo custode. Un fatto recentissimo viene
in appoggio di quest’asserzione. Allorché la Francia, desiderando porre un
termine alla occupazione di Roma, invitava la Santa Sede a formare,
sull’esempio delle altre Potenze europee, un’armata nazionale, le fu
risposto che il Santo Padre non potrebbe ammettere il reclutamento; imperocché
ripugnerebbe alla sua coscienza di assoggettare a un celibato, sia pure
temporario, un gran numero dei suoi sudditi.
"L’istituzione di un Vicariato non trionferebbe di questi scrupoli. Il
Santo Padre, riguardandosi come indirettamente responsabile degli atti del suo
Vicario, non vorrebbe certo lasciargli la libertà di azione necessaria a far sì
che la combinazione proposta avesse un utile risultato".
Qui il Conte di Cavour, che non voleva lasciarsi vincere in progetti dal
ministro Thouvenel, faceva, riguardo alle Romagne, la seguente proposta:
"Io credo, dice il Conte di Cavour, che proponendosi la Francia di
assicurare al Santo Padre alcuni vantaggi e di conservargli l’alta sovranità
politica, si raggiungerebbe lo scopo con minore difficoltà, ove si facesse l’annessione,
sotto la espressa riserva da parte del Re di Sardegna, di negoziare colla Santa
Sede e di ottenere il suo consenso al nuovo ordine di cose, mediante alcune
obbligazioni che Sua Maestà si assumerebbe verso di essa. Queste obbligazioni
consisterebbero nel riconoscimento dell’alta sovranità del Papa,
nell’impegno di concorrere anche colle armi al mantenimento della sua
indipendenza, e di contribuire in determinata misura alle spese della Corte di
Roma".
Il Conte di Cavour termina la sua Nota colla seguente dichiarazione:
"Quali che sieno le risposte che gli Stati dell’Italia centrale
emetteranno, il governo del Re ha anticipatamente dichiarato di accettarle senza
riserva. Se la Toscana si pronuncia per la conservazione della sua autonomia
mediante la formazione di uno Stato separato, la sardegna non solo non si opporrà
all’effettuazione di questi voti, ma contribuirà francamente a vincere gli
ostacoli, che questa soluzione potesse incontrare, e a prevenire
gl’inconvenienti che potrebbero derivarne.
"Essa agirà nello stesso modo per la Romagna e pei Ducati di Parma e di
Modena.
"Ma se al contrario quelle provincie manifestano di nuovo, in modo solenne,
la ferma volontà d’essere unite al Piemonte, noi non potremmo opporvici più
a lungo. Quand’anche lo volessimo, non lo potremmo (ed è cosa evidente,
ormai governando in Piemonte la framassoneria).
"Nello stato attuale dell’opinione pubblica, un Ministero che si
rifiutasse ad una tale domanda di annessione, sancita da un secondo voto
popolare da parte della Toscana, non solo non troverebbe più alcun appoggio nel
Parlamento, ma sarebbe ben presto rovesciato da un voto unanime di
disapprovazione.
"Accettando anticipatamente l’eventualità dell’annessione, il governo
del Re prende sopra di sé una immensa responsabilità. Le formali dichiarazioni
contenute nel dispaccio del signor Thouvenel al Barone di Talleyrand rendono
naturalmente più gravi i pericoli, che questa misura può portare in seguito.
Se non retrocede dinanzi ad essi, è perché si convinse che, rigettando la
domanda di annessione della Toscana, non solo il gabinetto, ma lo stesso re
Vittorio Emmanuele perderebbe qualunque prestigio, qualunque autorità morale in
Italia, ed essi si troverebbero ridotti a non aver altro mezzo di governare che
la forza. Anziché compromettere in questo modo la grand’opera di
rigenerazione, per la quale la Francia fece tanti generosi sagrificî, l’onore
e lo stesso interesse ben inteso del nostro paese consigliano il Re e il suo
governo ad esporsi agli eventi più pericolosi".
Passiamo ora alle due Note del Conte di Rechberg, Ministro degli affari esteri
nell’Impero austriaco. Egli espone nei seguenti termini l’indole degli
accordi di Villafranca:
"Al tempo della soscrizione de’ preliminari di Villafranca, l’Imperatore
Napoleone, ce lo conferma il signor Thouvenel, nutriva speranza che il nuovo
organamento dell’Italia potesse farsi di pari passo colla ristaurazione delle
legittime autorità. Questa speranza, che nell’animo di Francesco-Giuseppe
giunse ad essere una convinzione, animava i due Sovrani quando si porsero la
mano per mettere un termine allo spargimento di sangue. L’Imperatore, nostro
augusto Sovrano, acconsentì a un doloroso sagrificio, ma solamente sotto la
condizione che nell’Italia centrale venissero ristaurate le legittime autorità.
Nell’interesse del ristabilimento della pace, e nella speranza che questa
potesse venire maggiormente consolidata e fatta ricca di salutari risultamenti,
mediante un sincero accordo col suo rivale della vigilia, egli si decise a
rinunciare a diritti ed a titoli dei quali poteva disporre; ma si rifiuta con
fermezza di approvare combinazioni, le quali avessero a pregiudicare i diritti
di terzi, e segnatamente quelli di que’ Principi, che si erano confidati
nell’alleanza coll’Austria. Porre un argine al sempre più incalzante
progresso della rivoluzione mediante la ristaurazione dei Sovrani spodestati, ed
appoggiare nello stesso tempo gli sforzi dell’Imperatore dei Francesi, il
quale credeva di poter dare soddisfazione alle aspirazioni del sentimento
nazionale, mediante l’intima unione dei governi della Penisola con un vincolo
federativo: questo era il doppio scopo che dominava tanto gli atti di
Villafranca e di Zurigo, quanto le conversazioni diplomatiche che ebbero luogo
in Biarritz tra i rappresentanti dei due gabinetti, specialmente nello intento
di dare un indirizzo uniforme all’attuazione della parte politica de’
preliminari di pace.
"L’Imperatore non ha mutato il suo concetto rispetto alla situazione
dell’Italia. Sua Maestà crede ancora oggi, come credeva a Villafranca, che
sarebbe una pericolosa illusione quella di supporre, che sia possibile fondare
un durevole e regolare ordine di cose nella flagrante violazione di diritti
consacrati dai secoli e dai trattati europei.
"La Francia, dice il signor Thouvenel, è convinta quanto chicchessia della
santità delle assunte obbligazioni. Noi dividiamo questa convinzione, ed è
perciò che noi saremmo profondamente addolorati, quando fossimo obbligati a
vedere che un primo trattato, conchiuso da così poco tempo colla Francia,
dovesse restare inosservato riguardo alle stipulazioni di preponderante
importanza. È chiaro che, non avendo luogo la ristaurazione, resta in egual
modo lettera morta quanto si convenne rispetto alla Confederazione. Quali ne
saranno le conseguenze?".
Nella seconda Nota il Conte di Rechberg risponde ai principali appunti del
ministro Thouvenel.
1° appunto: — Il contegno passivo dei Principi spodestati dell’Italia
centrale dopo la pace di Villafranca. — Il Conte di Rechberg risponde:
"Ci sia permesso di chiedere in qual modo i Sovrani spodestati avrebbero
potuto contenersi a fronte della situazione che veniva loro fatta. Non è
necessario ricordare ora nuovamente le cagioni che produssero la sollevazione
dell’Italia centrale. Questi fatti appartengono in questo momento al dominio
della storia. Si fu la Sardegna che, dopo aver preparato da lunga mano il
movimento, se ne impadronì per farlo servire ai suoi fini. Furono agenti della
Sardegna quelli che riorganizzarono l’amministrazione, mercé l’espulsione
di tutti gli elementi sospetti di attaccamento all’antico ordine di cose;
furono ufficiali sardi quelli che ordinarono l’esercito della Lega. Anche in
questo momento il Ministro della guerra di S. M. sarda è nello stesso tempo
comandante supremo dell’esercito della Lega, e parecchi Generali sardi
dirigono i preparativi militari che si fanno in Bologna. I paesi insorti stanno
sotto il governo di una dittatura militare; qualunque manifestazione a favore
de’ legittimi Sovrani è punita come un delitto d’alto tradimento. Cinque
sesti della popolazione sono esclusi dalle operazioni elettorali, e quelli che
furono in grado di esercitare i diritti elettorali, hanno votato sotto l’impressione
del terrorismo, messo in opera dal partito dominante. Come avrebbero i Sovrani
spodestati, a fronte di un sì violento stato di cose, potuto far udire la loro
voce?
"L’accoglienza che i capi del movimento avrebbero infallibilmente
preparata ai loro meglio elaborati manifesti, non sarebbe stata per la loro
dignità un’ingiuria incancellabile, e non avrebbe compromesso, senza utilità,
il loro avvenire?".
2° Appunto: — L’esitanza
del Sovrano degli Stati della Chiesa nell’attuazione delle riforme. — Il
Conte di Rechberg risponde:
"Quali che
potessero anche essere state le riforme che il Sovrano degli Stati della Chiesa
fosse risoluto d’introdurre ne’ suoi dominî, sarebbe egli stato conveniente
di annunciarle in un momento, in cui un’assemblea faziosa pronunciava in
Bologna la decadenza di lui?".
3° Appunto: — Il silenzio
mantenuto dall’Austria riguardo all’amministrazione di Venezia. — Il Conte
di Rechberg risponde:
"In quanto
si riferisce alla Venezia, sussistono ancora le generose intenzioni che l’Imperatore,
nostro augusto Sovrano, espose a questo riguardo a Villafranca, però dietro
riserva della propria indipendenza ed autonomia di fronte ad ogni e qualunque
influenza straniera. Se quelle intenzioni non vennero ancora tradotte in atto,
di chi è la colpa? Non è egli noto a tutti che la pace di Villafranca fu per
il partito rivoluzionario il segnale di raddoppiare un’attività, della quale
la Venezia fu oggetto e vittima ad un tempo? Non hanno i comitati, costituiti su
questo fine sotto l’egida della Sardegna, fatto sforzi incredibili per indurre
le provincie venete alla ribellione? Noi ci appelliamo, a questo proposito, alla
testimonianza del prode e leale esercito francese, sotto gli occhi del quale si
svolsero quelle trame, e che, ne siamo convinti, divise con noi il sentimento
d’indignazione prodotta da questa guerra sotterranea, che si continuava
all’ombra della pace appena conchiusa.
"Gli emissarî del disordine percorsero la Venezia in tutte le direzioni,
accendendo da per tutto la fiaccola della discordia; e ciò è loro tanto bene
riuscito, che il governo nostro ha sentito l’imperioso dovere di guarentire ai
pacifici cittadini, mediante vigorose misure contro gl’irreconciabili nemici
della pubblica tranquillità, quell’efficace protezione, alla quale essi hanno
un sacro diritto. Sarebbe stato bene ispirato il governo imperiale, dove avesse
scelto un tale momento per mettere in atto quelle intenzioni, alle quali si
riferisce il signor Thouvenel?".
4° Appunto: — Le missioni
affidate al conte Reiset ed al principe Poniatowski nell’Italia centrale, le
quali andarono fallite ambedue. — Il Conte di Rechberg risponde:
"Ma non si
potrebbe forse, senza timore d’ingannarsi, attribuire anche in gran parte
questo cattivo successo alle assicurazioni, che altri organi del governo
francese dettero dopo la pace di Villafranca, e dalle quali il partito dominante
attinse la convinzione, che l’uso della forza era escluso dalla serie dei
mezzi da adoperarsi per ottenere la ristaurazione? Pienamente tranquillati da
tale promessa, i governanti avevano evidentemente un interesse di rimaner sordi
alle insinuazioni, che loro venivano fatte nel senso della ristaurazione, e di
servirsi senza ritegno di tutti i mezzi, che stanno in ogni tempo a disposizione
di un governo di fatto, per impedire la manifestazione della vera opinione della
maggioranza".
5° Appunto: — Un intervento
armato nell’Italia centrale è impossibile per parte della Francia e
dell’Austria. — Il Conte di Rechberg risponde:
"È per noi
cosa importante di far qui una distinzione tra la questione di principî e
quella di opportunità. Motivi politici di differente natura, dei quali per
nostro conto faremo calcolo, consigliano ad ambedue le Potenze di astenersi
dallo intervento armato nell’Italia centrale. Dall’altro canto ci preme di
constatare che l’applicazione del principio proclamato dalla Francia è
soggetto a molte eccezioni, che dipendono dalla natura dei casi.
"È certo che la Sardegna esercitò un intervento attivo a favore della
sollevazione dell’Italia centrale, senza il quale quella sollevazione non
avrebbe potuto consolidarsi.
"Il governo francese, quantunque esso riconosca nel principio del non
intervento una massima internazionale di grande autorità, confessa per
altro egli stesso, che questa regola non è senza eccezione, e che dal canto suo
esso è intervenuto in Italia, cedendo a circostanze imperiose, e perché i suoi
interessi gli imponevano come una necessità quell’intervento".
6° Appunto: — Se non si
aggiustano presto le cose d’Italia, la demagogia strariperà. — Il Conte di
Rechberg risponde:
"Noi non
neghiamo che la prolungazione dello stato d’incertezza che pesa sull’Italia
centrale, non possa aver per risultato finale lo straripamento delle idee
demagogiche, come mostra di temere il signor Thouvenel. Ma noi non possiamo per
questo liberarci dal timore che una soluzione, la quale consacrasse il trionfo
di que’ principî che il partito demagogico è avvezzo a proclamare, ben lungi
dallo scongiurare quei pericoli, non sia proprio all’opposto a renderli
maggiori". Fin qui le accennate note. — Ora rimettiamoci in via
La
cessione di Nizza e Savoia innanzi al Parlamento Sardo
[...].
Il Trattato del
24 di marzo alla Camera dei Deputati
Il venerdì, 25
di maggio, incominciava nella Camera dei Deputati la discussione del trattato
del 24 marzo. La Patrie di Parigi aveva detto senza reticenze, che questa
discussione sarebbe una semplice formalità, e che il Parlamento non
potrebbe rigettare il Trattato, ma verrebbe invitato semplicemente a registrarlo!...
Invece il Conte di Cavour, nella tornata del 12 di aprile, rispondendo alle
interpellanze di Garibaldi, dichiarava di non poter giustificare il Trattato del
24 marzo "senza esporre i principî sui quali si è fondata, si fonda e si
fonderà la sua condotta politica".
E questa esposizione il Conte di Cavour assumeva l’impegno di farla
quando il Trattato fosse sottoposto alla Camera. "Dopo un maturo esame,
diceva, degli uffizî e da una Commissione da voi (deputati) eletta, il
Ministero darà a voi le più ampie e le più precise informazioni".
Finalmente il Conte di Cavour conchiudeva le sue promesse dicendo ai deputati:
"Potete far assegnamento sulla nostra parola, che vi daremo ampio campo
di discutere il nostro sistema".
Il presidente del Consiglio presentava alla Camera il Trattato del 24 di marzo,
e nell’esposizione che lo precedeva, non disse nulla dei principî della sua
politica, né si degnò dare le più ampie e più precise spiegazioni.
Il trattato venne discusso negli uffizî, fu nominata la Commissione, che elesse
a relatore il deputato Rorà. Questi sdoganò molti spropositi di storia, di
geografia, di buon senso; ma non ottenne, non ricercò, non dié alla camera ed
al paese le tanto aspettate più ampe e più precise spiegazioni!
Ora, notava l’Armonia, siamo all’ultima scena: il Conte di Cavour
doveva parlare e mantenere la sua promessa. Raccontarci la storia di Plombières,
esporci i suoi accordi col Bonaparte, dirci perché questi dapprima non voleva ingrandirsi,
e poi mutò parere; perché il marchese Orso Serra, governatore a Ciamberì,
protestò che il governo non cederebbe a qualsiasi costo la Savoia, e poi l’ha
ceduta; perché il marchese Montezemolo, governatore a Nizza, proibì all’Avenir
la discussione della separazione della Contea dal Piemonte, la quale era impossibile,
ed oggidì è un fatto compiuto!...
Tutto questo, concludeva il citato giornale, noi ci aspettavamo di udire dal
Conte di Cavour, che inoltre vorrà anche indicarci dove il Bonaparte si fermerà,
e quando. Imperocché oggidì Napoleone III, nel determinare i nuovi confini,
non vuole più seguire i famosi versanti, e abbandona la configuration
des montagnes. Secondo il Times, pare che la Francia ci faccia grazia
di qualche dirupo "per estendere la sua frontiera orientale sulla spiaggia
marittima oltre i limiti del territorio di Nizza". E se saltasse in capo a
Napoleone III, di aver San Remo, Savona e Genova, che cosa farebbe il conte di
Cavour? Attendiamo le più ampie e più precise spiegazioni! — Fin qui
l’Armonia.
Approvazione della Camera dei Deputati del Trattato Gallo-Sardo
Il Trattato del 24 marzo, che cede la Savoia e Nizza alla Francia, fu votato
dalla camera dei Deputati il giorno 29 di maggio con 229 voti favorevoli nella
votazione pubblica, e soli 223 nella votazione segreta. La discussione durava da
cinque giorni, e il governo francese e sardo non amavano che si protraesse più
oltre.
Il Courrier des Alpes già incominciava a ridere de cette comédie,
ed esclamava: "Voglia o non voglia il Parlamento, noi siamo Francesi!".
Quindi pregava gli onorevoli a non marchander à la France la Savoia,
perché "la discussione non potea riuscire a verun risultato".
Queste cose dette dal Courrier pubblicamente, venivano ripetute da altri
sotto voce: e mentre un gran numero di Deputati dovea ancora parlare, si venne
alla votazione. Quella per iscrutinio segreto dié sei voti meno di quella per
appello nominale; fatto non nuovo, rilevava l’Armonia, ma sempre
scandaloso. Taluno potrebbe dire: che libertà avranno avuto i popoli, se anche
sei deputati non ebbero coraggio di aprire pubblicamente l’animo loro?
La Gazzetta del Popolo attribuisce
la cosa ad una svista. Sei deputati che commettono una svista
quando trattasi di alienare quasi un milione di cittadini! Ad ogni modo chi ha
commesso la svista, dee confessarlo, e rettificare il suo voto. Se no, lo
scandalo sussiste, e ricade su tutte le votazioni precedenti.
Noi, aggiungeva L’Armonia, non faremo commenti all’approvazione
parlamentare: l’avvenire la commenterà pur troppo e forse ben presto!...
Resta ancora il Senato. Corpo conservatore, dovrebbe almeno conservare alla
dinastia la sua culla, che è la Savoia, il suo rifugio ne’ giorni della
sfortuna, che fu Nizza. Ma il Senato nostro poco o nulla differisce dal Senato
francese; e non possiamo avere in lui speranza di sorta. La nostra speranza è
in Dio, e non la perderemo mai qualunque rovescio avvenga. Il buon cattolico
deve dire con Giobbe: Etiam si occiderit me in ipso sperabo.
Ecco ora i nomi dei Deputati che approvarono, o rigettarono il trattato.
Risposero si: Agudio — Airenti — Alasia — Albasio — Albicini —
Aleardi — Alfieri — Allievi — Alvigini — Andreucci — Anguissola —
Annoni — Antinori — Ara — Arconati-Visconti — Armelonghi — Astengo —
Audinot — Balduzzi — Bartolomei — Bastogi — Beccalossi — Beolchi —
Bernardi — Bertini — Berruti — Besana Alessandro — Bezzi — Bianchi
Andrea — Bich — Bichi — Binard — Boccaccini — Boggio — Bolmida —
Bona — Bon-Compagni — Bonghi — Bonollo — Borella — Borelli —
Borgatti — Borghi — Borsarelli — Boschi — Brizio-Faletti — Brunet —
Busacca — Cagnola — Camozzi — Canalis — Canestrini — Cantù —
Caprioli — Carrega — Carutti — Cassinis — Castellanza — Castelli
Demetrio — Castiglioni — Cavallini Gaspare — Cavour Camillo — Cavour
Gustavo — Cempini — Chiapusso — Chiavarina — Chiaves — Chiò —
Ciardi — Collachioni — Colombani — Coppini — Corrias — Corsi —
Costamezzana — Crema — D’Ancona — De Benedetti — De Bernardis — De
Blasiis — Degiorgi — De Giuli — De Herra — Della Gherardesca — Demaria
— Di Cosilla — Ercolani — Fabre — Fabrizi — Falqui-Pes — Fantoni —
Farini — Fenzi — Figoli — Finali — Fontanelli — Frappolli — Fusconi
— Gadda — Galeotti — Gazzoletti — Genero — Gherardi — Ginori-Lisci
— Giorgini — Giudice — Giustiniani — Gorini — Grattoni — Grillenzoni
— Grimelli — Grosso — Gualterio — Guerrieri-Gonzaga — Guglianatti —
Guicciardi — Iacini — Incontri — Kramer — La Farina — Lanza — Leo
— Lissoni — Longo — Loi — Maceri — Macciò — Maggi — Magnani —
Mai — Malenchini — Malmussi — Mamiani — Manfredi — Manganaro —
Mangini — Mansi — Mari — Marliani — Marsili — Martinelli — Martini
— Massa — Massarini — Massari — Mazza Pietro — Melegari Luigi —
Menichetti — Menotti — Meuron — Michelini Alessandro — Minghelli-Vaini
— Minghetti — Mischi — Mongenet — Mongini — Morandini — Morelli —
Moretti — Morini — Mureddu — Negrotto — Oldofredi — Poytana —
Panatoni — Pateri — Pellegrini — Pelluso — Pepoli Carlo — Pepoli
Gioacchino — Peruzzi — Pescetto — Pezzani — Piroli — Pirondi —
Pistone — Poerio — Possenti — Rasponi — Restelli — Risasoli Vincenzo
— Ricci Giovanni — Ricci Antonio — Richetta — Robecchi (da Garlasco) —
Robecchi Giuseppe — Rorà — Rovera — Ruffini — Ruschi — Rusconi —
Sacchi — Salvoni — Sanguinetti — Sanseverino — Sanvitale — Scialoia
— Sella Gregorio — Sella Quintino — Segardi — Sforza-Cesarini —
Simonetti — Solari — Solaroli — Strigelli — Susani — Tanari — Tegas
— Tenca — Terrachini — Testa — Tibaldi — Tonelli — Tonello —
Torelli — Torrigiani — Toscanelli — Trezzi — Turati — Ugoni —
Valvassori — Varese — Vegezzi Saverio — Villa — Viora —
Visconti-Venosta — Zambelli — Zanolini. — Totale 229.
Risposero no: Anelli — Asproni — Bertani — Bertea — Berti-Pichat
— Biancheri — Bottero — Castellani-Fantoni — Castelli Luigi —
Cavalieri — Depretis — Dossena — Ferracciù — Ferrari — Franchini —
Guerrazzi — Maccabruni — Macchi — Massei — Mellana — Morardet —
Mordini — Mosca — Pareto — Polti — Regnoli — Ricci Vincenzo — Sanna
Gio: Antonio — Sanna Giuseppe — Sineo — Tomati — Valerio — Zanardelli.
— Totale 33.
Si astennero: Ameglio — Berti Bonati — Cabella — Capriolo — Casaretto
— Cavallini Carlo — Coppino — Cornero — Costa — Cotta-Ramusino —
Cuzzetti — De Amicis — Gentili — Giovanola — Levi — Mathis —
Melegari Luigi Amedeo — Michelini G. Battista — Montezemolo — Monticelli
— Rattazzi — Rubieri — Sperino — Tecchio. — Totale 23.
[...]
Votazione del
Senato in favore del Trattato del 24 di marzo
Il Courrier
des Alpes annunziava che il 10 di giugno sarebbe comparso nel Moniteur
di Parigi il decreto, che stabiliva i due nuovi spartimenti dell’Impero, Nizza
e Savoia. Sabato, 9 giugno, il Senato subalpino dovea votare il trattato del 24
marzo. Ma la discussione non fu chiusa in quella tornata.
Il Conte di Cavour scongiurò il Senato di radunarsi nuovamente la sera, e non
si acquietò se non quando i Senatori gli promisero una tornata pel 10 di giugno,
quantunque fosse domenica! La tornata infatti ebbe luogo, e il trattato fu
proprio votato e approvato il 10 di giugno; sicché il Courrier des Alpes
era benissimo informato, e l’alleanza franco-sarda era salva!
I Senatori sommavano a centodue; votarono in favore del trattato novantadue,
e contro soltanto dieci! Queste cifre dicono abbastanza che cosa fosse il
Senato del Regno. Una quindicina di Senatori parlarono contro il Trattato,
e dieci soli lo rigettarono!
Non rimaneva più che il Decreto reale che sanzionasse la fatta cessione, e non
si fece aspettare!
[...].
Bibliografia
Paolo Mencacci
Storia della Rivoluzione Italiana
Volume Secondo
Parte Quarta
—
Libro Secondo
Capo I. - Lett.e
alleg.e
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