*Articolo
tratto da Donne Magazine n546 (supplemento di Repubblica)
*La
storia, che è diventata ormai una leggenda, comincia così: c’era una volta
in Italia un festival, anzi
una
Mostra che aveva molto turbato i francesi.
Non
perché era la prima del mondo, quella che
aveva
creato l’idea stessa di festival cinematografico (data
di nascita,
1932). Non per lo charme dei
luoghi
(la laguna veneziana, l’Hotel Excelsior, il Lido).
Ma
per il clima umano. Perché alla fine degli anni Trenta a
Venezia
si respirava un’aria decisamente spiacevole: i gerarchi
fascisti
e nazisti ci si aggiravano da padroni, Hitler per bocca di
Mussolini
faceva sapere alla giuria che voleva veder premiato
Olympia di
Leni Riefensthal. E i francesi, che avevano avuto il
merito
nel 1938 di portare a Venezia l’irritante (per i padroni di
casa)
messaggio pacifista di La grande illusione, tornavano a
casa
sognando di fare un festival alternativo. I francesi erano in
realtà
soprattutto uno, Philippe Erlanger, direttore dell’Association
française
d’action artistique, che sul treno con cui tornava in
patria
(racconta sempre la storia/leggenda) immaginò di proporre
al
governo francese un festival “libero”, da opporre a Venezia.
Attenzione
alle date. Siamo nel 1938, spirano venti di guerra, e
nessuno
lo prende sul serio. Per un po’. L’anno dopo l’idea, grazie
al
ministero della Pubblica istruzione e delle belle arti, diventa
realtà:
prima viene candidata a sede del Festival la città di
Biarritz,
poi ecco spuntare, con le sue promesse di sole, palme,
bel
tempo e grandi alberghi, Cannes.
Il ministero metterà
400mila
franchi, la città di Cannes un milione e mezzo, il dipartimento
delle
Alpi Marittime il resto.
Il Festival dovrebbe iniziare il
1°
settembre (il giorno successivo alla chiusura della Mostra di
Venezia),
e, bei tempi, finire il 20 settembre.
Louis Lumière, dicasi
Louis
Lumière, accetta di presiedere la giuria. I registi selezionati
sono
del calibro di Duvivier, Dieterle, Fleming (con Il mago
di
Oz),
Korda, Michael Romm, Jacque Feyder. E il Festival
inaugura
con Notre
dame de Paris. Ma muore il giorno dopo:
Hitler
invade la Polonia, Francia e Inghilterra dichiarano la guerra,
il
mondo è sconvolto, la pace è finita.
E con la pace anche il
neonato
Festival del cinema di Cannes.
È
il prologo drammatico di una lunga storia gloriosa.
Succede
così
(cosa assai curiosa) che quando si spengono le tragedie e i
fuochi
della guerra, nell’estate del ’46, tre festival riaprono in sequenza
la
nuova stagione della pace. Il primo è, in agosto, il
neonato
Festival di Locarno,
segue Venezia ai primi di settembre, chiude la kermesse
eroica
della ritrovata voglia di gioia e cinema, dal 20 di settembre,
il
rinnovato Festival di Cannes, alloggiato provvisoriamente
nel
Casinò municipale. Stavolta non è una falsa partenza, tanto
che
si festeggerà il 16-27 maggio 2007 l’edizione n. 60.
Già
l’anno dopo il Festival è dotato di una sede, il Palais Croisette
(quello
che, indifferenti peggio degli italiani alle sirene della storia
dell’architettura,
i francesi demoliranno per costruire il terrificante
Noga
Hilton).
Sui mitici 20 scalini coperti di
tappeto
rosso passa il Gotha del cinema di
quegli
anni formidabili, mentre sulla striscia di
sabbia
della Croisette si spogliano, per obbligatoria
tradizione,
le starlet che con le loro grazie
punteggiano
la storia del costume, e dei
costumi
da bagno, di Cannes.
Comincia
anche la movimentata storia
d’amore
del nostro cinema con la Croisette.
Non
è da poco che proprio l’anno della sua
vera
inaugurazione il Festival del film di Cannes
premi Roma
città aperta, aprendo una
sequenza
che registra il massimo premio (ribattezzato
Palma
d’Oro solo dal 1955) a Miracolo
a
Milano (’51), Due
soldi di speranza
(’52), La
dolce vita (’60), Il
gattopardo (’63),
Signore
e signori (66), Blow-up (’67), Il caso
Mattei (’72), La
classe operaia va in paradiso
(’72),
per culminare nella doppietta di 2 anni
consecutivi
con Padre padrone (’77) e L’albero
degli
zoccoli (’78);
e, dopo un’indifferenza
di
più di vent’anni, con la Palma d’Oro a La
stanza
del figlio, 2001.
Certo, ci sono state
anche
le battaglie e le incomprensioni, vedi
alla
voce L’avventura…
Italiani
a parte, l’albo d’onore di Cannes è
un
résumé di storia del cinema, con qualche
onorevole
eccezione di film premiati e
issofatto
dimenticati, vedi lo sfortunato Sotto
il
sole di Satana di Maurice Pialat.
Da Cannes
hanno
iniziato la carriera film come Il
terzo
uomo e Apocalypse
now, Vite vendute
e Viridiana, If e Il
tamburo di latta, Sesso bugie
e videotape e Pulp Fiction, Underground
e Rosetta, Addio
mia concubina e Fahrenheit
9/11, Cuore
selvaggio e Il sapore della
ciliegia, Othello e Giorni
perduti, titoli tutti
che,
al di là dei gusti individuali e delle polemiche che puntualmente
segnano
i verdetti delle giurie e i commenti finali dei critici,delimitano
un percorso di mode, gusto, cinefilia e popolarità
che
coincide con la storia del cinema.
Merito
anche di una accorta ed intelligente scelta dei presidenti
delle
giurie, che ha allineato personaggi d’indiscussa autorevolezza, Cocteau
e Pagnol, Rossellini e Simenon (l’anno della
Dolce vita),
Tennessee Williams e i Wong Kar Way ed Eastwood
dei
tempi recenti.
E
mentre sulle spiagge dei grandi alberghi (il Carlton, il Martinez,
il
Majestic e l’Hotel du Cap, un po’ più appartato e ancora più
chic)
in passato sfilava la divina mondanità, Maurice Chevalier
alla
testa di una teoria di star, Grace Kelly che seduce Ranieri,
Onassis
e il suo yacht, l’adorabile Brigitte Bardot, ora le star, soprattutto
americane,
timorose di non si sa che, si asserragliano
nel
fresco delle suite affrontando
ogni
percorso protette dai vetri
scuri
di limousines lunghe dieci
metri,
fino all’epifania della festosa,
un
po’ ridicola montée des
marches
trasmessa in diretta tv a
mezzo
mondo.
Il
Festival, negli anni, ha continuato
a
crescere fino a dimensioni
monstre. Dal
1962 opera la
prima
“sezione parallela”, la Semaine
de
la critique, che nella
sua
ricerca di opere prime e seconde
ha
messo in luce registi
come
Bertolucci e Loach, Wong
Kar Way e Ozon.
L’edizione del
Festival
1968, bloccata 9 giorni
prima
dell’apertura per l’insurrezione
dei
giovani registi, tra cui
Truffaut
e Godard, nel clima del
Maggio
francese e tra le proteste
per
il licenziamento dalla Cinématheque
di
Henri Langlois, lascia
come
eredità la fondazione
di
una società degli autori e la
creazione
di una rassegna alternativa,
che
alternativa e indipendente
resta
a distanza di quasi 30
anni, la Quinzaine des Réalisateur,
aperta
a scelte più libere ed
eccentriche,
da allora sempre
fonte
di belle sorprese. Nella “selezione
ufficiale”,
accanto al concorso
s’inaugura
nel 1978 Un
certain
régard (dove trionfa nel
2003 La
meglio gioventù).
Dal
1983
il cuore del Festival si è
spostato
in un immenso complesso
costruito
sul porto vecchio,
prontamente
soprannominato,
per
la struttura cementizia, il
Bunker.
Su tutto, prima dal 1978
come
délégué général, poi dal
2000
come presidente, regna
gentile
e fermissimo Gilles Jacob,
ex
critico, cineasta, affiancato sulla
stessa
sua linea da Thierry Frémeaux,
direttore
artistico dell’Institut
Lumière
di Lione.
Oggi
Cannes festeggia trionfalmente
60
anni, qualcosa in meno
di
quello che dicono le date ufficiali, per via di due anni in
cui
la manifestazione è saltata per via di problemi economici
(anche
Venezia, come si ricorderà, si tira giù gli anni; ne compirà
ufficialmente
64, ma non calcola gli anni infelici della guerra
e
l’interruzione del ’68).
È immenso, ricchissimo, vivacissimo,
affollato.
Tutti si lamentano (faticoso, caotico, estenuante…) e
tutti
ci corrono. Anche perché ha qualcosa che, al di là dei meriti
artistici,
lo rende unico tra tutti gli altri festival: il suo frenetico
Marché
du Film, vero e proprio evento parallelo destinato solo
alle
vendite e all’acquisto di film e di progetti, il più grande, ricco,
potente
del mondo. Basti dire che nell'edizione del 2007, sugli ottomila
metri
quadrati del Riviera, dove si svolge, sono annunciate
1.400
proiezioni di 700 film su 35 schermi, con scambi per
qualche
centinaio di milioni di dollari. C’è l’arte e ci sono gli affari.
A
Cannes la pecunia non olet. Anzi.